Niente più scuola … eppure

Niente più scuola.
Niente più calcio, piscina, judo, hip hop, pianoforte, chitarra.
Niente più fisioterapia e psicoterapia. Nemmeno la logopedia.
Niente più passeggiate nei parchi, merende con gli amici, feste in giardino.
Il postino lascia la posta nella cassetta e non arriva a dare il buongiorno in segreteria.
Il fattorino della frutta lascia le cassette veloce e fa un saluto con la mano.
Il telefono è muto.
Al citofono non suona chi è venuto a portare i tappi, o una bicicletta di una figliola già cresciuta.
Non uno che voglia una informazione o che è curioso di sapere cosa ci sia oltre il cancello di Via delle Calasanziane n. 12.
Non vi è rumore di auto di passaggio.
Non alle 7 il solerte arrivo del personale dell’ospedale dirimpetto; non alle 15 il vociare dei parenti in attesa dell’orario di visita alle persone ricoverate. La strada è deserta, a tutte le ore.
Nelle case nessun volontario, non i ragazzi del servizio civile, non le tirocinanti.
Nelle piccole case solo gli educatori, mascherine sul volto e guanti alle mani.
La segreteria è vuota. Le scrivanie tutte libere, nemmeno i computer sono rimasti. Nessuna riunione in salone, nessun incontro di rete. Il tabellone degli appuntamenti del mese di marzo è bianco.

Eppure …
All’ingresso, vicino al cancello, l’albero dell’albicocco è fiorito, gemme rosa che schiudendosi regalano petali piccoli e bianchi. Nel muro della casa, laddove il vento ha strappato un tassello che teneva il telo ombreggiante, in un buco grande quanto il pugno di un bambino, gli uccellini hanno posto il nido ed è tutto un cinguettio.
Eppure …
I bambini studiano connettendosi sulle piattaformi digitali, seguendo video lezioni dei professori e inviando compiti on line. Sostengono le interrogazioni e prendono buoni voti.
Nel primo pomeriggio in giardino, giocano partite di calcio, pallavolo e basket. Si rincorrono e si nascondono rispolverando giochi di strada e trovandoli incredibilmente divertenti.
I ragazzi suonano il pianoforte con l’insegnante di musica che batte il tempo nello schermo del telefonino.
La fisioterapista manda gli esercizi da fare in un piccolo video.
A Casa sull’albero si cucinano le salsicce sul barbecue e vengono mandate ai piani per i vicini di casa.
A Casa Betania si prepara la pizza e diventa merenda per chi lavora nei paraggi.
Justina pettina le bambine con trecce elaborate e Arnaldo prepara il caffè per chiunque ne abbia bisogno. La cura delle piccole cose e mille altre per i piccoli e grandi delle case.
Sulla chat dei volontari messaggini vocali di saluto, baci rossi e arcobaleni colorati, ci si incoraggia, si scambia una battuta, si commenta la lontananza, si esprime nostalgia, si prendono caffè virtuali, ci si scambia il buongiorno e poi la buonanotte.
Laddove la delicatezza dello stato di salute dei nostri ospiti lo richiede, un sottile strato di cotone o di lattice impedisce l’incontro delle mani, della pelle.
Eppure …
Scopriamo che è possibile spalmare creme e massaggiare il corpo di un piccino, infondendo calore, anche così. Che si possono dare baci guardandosi negli occhi e stringere abbracci rispettando le distanze di sicurezza. Che si può cantare una canzone ed è un dolcissima coccola. Che in un ‘come stai’ può passare una carezza.
Le persone della segreteria lavorano da casa, ma si fanno vicine in mille modi.
Bisogna coordinare le agende perché le call si susseguono, quella degli educatori, del coordinamento, dei referenti interni, di coloro che lavorano l’orario. Ed è dolce ritrovarsi insieme, seppur ciascuno dalla propria casa.
Le preoccupazioni non mancano. Il timore per i più fragili delle nostre case è palpabile.
C’è una febbre e bisogna trattarla come se… procedure e protocolli di sicurezza ed il cuore che sale in gola.
Gli educatori in prima linea chiamati ad essere famiglia per i piccoli delle case fanno l’ordinario e lo straordinario, devono essere impeccabili nelle manovre e allo stesso tempo teneri; puliti e precisi ma anche affettuosi; vigilare e non cedere.
C’è chi si offre per un tempo di residenzialità, chi sostituisce un collega malato, chi viene al lavoro seppur con il mal di schiena o la pressione alta.
Ognuno porta il peso di un tempo così straordinario, di un isolamento forzato, di una preoccupazione per i piccoli ospiti delle case, ma anche per le proprie famiglie, per i figli, i genitori, i nonni. Si sperimenta la nostalgia di una vicinanza, di un abbraccio, di un quotidiano che avevamo dato per scontato.
Eppure …
Ciascuno con generosità mette a disposizione ciò che ha. Si fa prossimo, vicino, fratello. Lavora con coraggio e con impegno.
Reciprocamente ci si sostiene, accogliendo l’uno la stanchezza, la paura, le lacrime dell’altro. Si offre una battuta, un sorriso, un tempo di ascolto.

Che ciascuno alla sera, stanco nelle membra per quell’essersi dato possa affidare tutto nelle mani del buon Dio, che sempre condivide e sostiene i nostri passi, e chiedere il dono di un sonno ristoratore che porti energia e coraggio per l’indomani.

Matilde

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