1 anno di servizio

LA PICCOLA BELLEZZA

Qualche giorno fa mi è stato chiesto di scrivere la mia esperienza del servizio civile e cosa potrebbe spingere una persona a decidere di investire un anno della sua vita in una delle case famiglia della Cooperativa l’Accoglienza onlus, nel mio caso in una delle Piccole case che ospitano bambini e ragazzi con disabilità fisiche e psichiche. Cosi mi sono preso del tempo per cercare una risposta ad una domanda che riposava nascosta tra tutte le emozioni, le aspettative, i desideri che hanno ispirato e che sono stati ispirati da questa scelta; una domanda presente alla fine di ogni giornata ma a cui ho prestato sempre poca attenzione: ne vale la pena?
Penso che le cose che valgono la pena del provare fatica o dolore, devono essere belle. Il problema allora diventa il capire cosa sia la bellezza. Ho capito che il nostro concetto di bellezza è diventato soggettivo e ideale, si è staccato dall’oggettività e quindi dalla realtà. Confondiamo il bello con la nostra idea grandiosa di perfezione e questo ci lascia vedere senza osservare, sentire senza ascoltare, ci distrae dalla realtà portandoci a cercare chissà cosa, lasciandoci soli nella preoccupazione del nostro futuro. A questo concetto di bellezza si può contrapporre un modo diverso di cercare il bello, una modalità che si “accontenta” di bellezze piccole, molte volte fragili ma estremamente reali. Un poeta diceva: “ Parlo della bellezza. Non ci si mette a discutere su un vento di aprile. Quando lo si incontra ci si sente rianimati”. Allora seguo questo consiglio e mi limito a raccontare quello che mi ha rianimato in questo anno.
Devo iniziare a raccontare la mia esperienza da prima l’inizio del servizio civile, perché è in quel periodo che è nato il desiderio di stare con i ragazzi. Mi era stato proposto di accompagnare alcuni ragazzi nella loro attività settimanale della piscina e nuotare insieme a loro. Stare in acqua insieme era molto divertente, ma c’era anche una parte di fatica, infatti era necessario prenderli in braccio e fare alcune rampe di scale per portarli in piscina. E’ in questo ostacolo che si è rivelata quella che ho chiamato una piccola bellezza ovvero l’inizio di un’amicizia: A. ha steso le braccia verso di me e si è arrampicato per farsi portare. Con quel gesto di bisogno e di fiducia è iniziato un rapporto di conoscenza e riconoscenza reciproca.
Poco tempo dopo sono andato a visitare le Piccole case per conoscere il resto della famiglia. L’emozione che ho provato quel pomeriggio è indimenticabile. Stare di fronte a quelle bimbe sdraiate sui loro lettini che osservavano e sorridevano, mi ha scosso profondamente. Ho sentito come un tonfo al cuore e poi non ho provato più nulla, come quando si è improvvisamente colpiti da un suono assordante che non ci permette di sentire più nulla. Ed ecco un’altra bellezza: una fragilità disarmante commuove cosi profondamente da suscitare il desiderio di mettersi al loro servizio. E’ da quel dolore che è nata la scelta di mettersi in movimento verso questi piccoli, di prendermi cura di loro e quindi di svolgere il servizio civile in questa casa. Il custodirli mi ha vivificato e mi ha permesso di imparare delle cose essenziali che mi accompagneranno per tutta la vita. Il modo in cui si impara è la sofferenza. Più cresce l’affetto e più si vorrebbe aiutarli ma ci si scontra con la realtà che fa più soffrire: non si può salvarli, non si può aiutarli oltre quelli che sono i loro limiti che cosi diventano i miei limiti. Lo stare insieme a loro ti porta a metterti nei loro panni e questo mi ha fatto sentire inerme, ho scoperto con frustrazione la mia inutilità. Da questa sofferenza ho imparato la bellezza della presenza. Cosa fai quando si vedi una persona cara soffrire e non hai nessuna chiave di accesso a quel dolore? Soffri con lui e abbi pazienza. Esserci diventa l’unico modo per stare accanto a qualcuno; un esserci che a volte è un fare, delle volte un consolare, altre volte un giocare, ma molte volte è uno semplice stare, uno stare fermi, un essere presenti con amore e nell’amore.
Tutto questo non si impara da soli. In questa esperienza sono stato accompagnato dagli operatori della casa. Insieme si provano emozioni e preoccupazioni, da loro ho imparato ad affrontare le difficoltà con ottimismo, a comprendere le situazioni per agire nel modo migliore; ho imparato a lavorare insieme e a sentirmi parte di un progetto e della casa, abbiamo costruito un’alleanza che mi ha sostenuto e guidato anche nei momenti più difficili. La bellezza che ho imparato da loro e che mi porterò dentro è stata la loro attenzione verso il dettaglio. Dare valore agli esili progressi dei ragazzi, accorgersi di cambiamenti impercettibili che solo una mamma potrebbe cogliere, ma soprattutto gioire delle piccole cose come il primo sorriso di un bambino.
Ripercorrendo tutto questo e altro ancora ho trovato la risposta che cercavo: si, ne è valsa la pena. Ne è valsa la pena proprio per ogni momento di dolore è stato insieme anche il momento del dono di queste piccole bellezze. Forse ciò che grazie a questi bimbi ci si rivela è la bellezza più autentica: imparare l’ammirazione. Ammirare è il guardare verso, è un lasciare che ciò che si vede guidi il nostro sguardo, senza fare nostro ciò che guardiamo. L’ammirazione è tensione e attesa, è speranza, è attenzione. Richiede molto tempo e pazienza ma è questa attenzione all’altro che mi permette di scoprire la bellezza dell’altro e mi insegna ad essere bellezza per l’altro.
“La bellezza salverà il mondo”, ma dopo aver visto questi piccoli posso affermare che la bellezza sta già salvando il mondo, in un modo incomprensibile ma stupefacente, davanti il quale possiamo solo rimanere stupiti e ringraziare per il dono di poterlo vivere.
Francesco