Sità: un nome, una benedizione

Hanno cominciato un’esperienza di vita comunitaria a Casa Betania nel mese di ottobre 2020, nel segno della condivisione fraterna, del servizio volontario nelle case, della formazione e del lavoro.
Oggi a distanza di qualche mese dalla partenza hanno scdelto il nome della loro casa: Sità! Qui spiegano il perché.

comunità dei giovaniIn verità scritto “N’Sira” dai maliani della città. Per gli abitanti della regione contadina del Kaï, nel profondo sud del Mali, dove è nato e cresciuto Makan, Sita (letto “sità”) è il nome per la pianta più utile, venerata e rispettata tra tutte: il baobab (Adansonia digitata). Tanto cara che molti, maschi o femmine che siano, alla nascita ricevono il nome “Sita”, come una benedizione.

È un albero gigantesco, millenario, versatile e adattabile in condizioni estreme: è capace di accumulare migliaia di litri d’acqua fino a gonfiarsi, per poi ridursi lentamente nei periodi di siccità. Si crede che lì vivano gli spiriti benigni o maligni degli antenati. Non si taglia né si tocca un baobab qualunque: potrebbe essere sacro o nascondere la tana di serpenti, tigri, scimmie, avvoltoi, pappagalli, buceri… Spesso nella sua capientissima cavità si trova tanto miele, acqua o più semplicemente un rifugio, una casa, un luogo d’incontro: sul baobab nascono e finiscono amori, si incidono disegni e altre tracce, i rami bassi diventano parco giochi per i bambini più avventurosi.

Ogni parte è una risorsa: i germogli pestati insaporiscono e arricchiscono i sughi; le foglie ricavate dalle potature invernali sono essiccate al sole e polverizzate in spezie messe da parte per l’estate, per quando il baobab ha perso le foglie; la corteccia è usata come fibra tessile, arrotolata a formare corde e tappeti; il legno è posato in pavimentazioni per conservare e proteggere i cereali dagli insetti; i frutti maturi, ricchissimi di vitamine, ferro e fibre, si mangiano crudi, da soli, nell’acqua o meglio nel latte con lo zucchero, persino in polvere sono una cura universale; i semi infine, contesi con scimmie ed elefanti, sono un surrogato del caffè oppure diventano segè, polvere usata per far cuocere più rapidamente i cibi.

Con questo nome insomma, oltre alla vicinanza con la lontana casa di Makan, cerchiamo e riconosciamo in Casa Sità: il segno lasciato da chi è venuto prima di noi; gratitudine e benedizione per il dono ricevuto; generosità nel farsi strumento; capienza per una varietà di apporti unici in relazione tra loro; una comunità versatile, che si plasma sui bisogni e le siccità di ognuno.

Flaminia, Makan, Margherita, Sergio e Stéphanie