‘Siamo quella piccola candela con la fiamma vacillante in una tempesta infernale’.
Così scrive Padre Gabriel Romanelli[1], parroco in una piccola chiesa di Gaza, raccontando la presenza della sua piccola comunità, che prega, impasta pane con quel che trova, improvvisa lezioni di scuola mentre intorno sono macerie, paura, bombe, e fame.
Una tempesta infernale, nel cielo di Gaza.
E in quello dell’Iran, dell’Ucraina, del Sudan. Nel cielo del Myanmar e della Siria. Di Cuba, del Congo e dello Yemen. E non solo.
Una tempesta infernale, in cui risuona il rumore assordante delle armi, il roboante frastuono dell’odio e della prevaricazione, del rancore e della vendetta. Ed il silenzio è solo quello della morte.
Eppure in quella tempesta infernale, in quel buio fitto, in quell’orrore, c’è qualcuno che ha il coraggio e l’ardire di restare, fiamma vacillante, candela piccina.
Ma che senso ha quella piccola candela?
Non scalda. Nella tempesta infernale, nell’ululare del vento gelido, negli scrosci violenti di pioggia e grandine, nel turbinio delle correnti, una piccola candela non scalda.
Non illumina. Nel buio pesto, nelle nubi cariche e minacciose basse sull’orizzonte, che coprono il sole e oscurano il giorno, una piccola candela non illumina.
Non rallegra. Come potrebbe una lucina fievole fievole, con la fiamma che vacilla ad ogni soffio di vento, che ora appare e poi scompare e sembra essere sempre sul punto di spegnersi?
Eppure.
È questo il senso della mia presenza qui, in questo oceano di violenza: è la ragione per cui scelgo di restare. Scrive ancora Padre Romanelli. Ed incarna le parole della Pasqua.
La piccola candela con la fiamma vacillante resiste.
Ed è in quel suo rimanere viva, accesa, piccola e chiara, in mezzo alla tempesta, che trova il suo senso.
La luce rimane viva nelle piccole cose di ogni giorno, nel pane impastato con le farine nere, in una preghiera sussurrata, nelle tabelline ripetute con i bambini.
Non in cose grandi ed eclatanti. Ma in quelle piccole, fatte insieme, spalla a spalla, vicini vicini.
Al clangore della tempesta, si contrappone la delicatezza della candela. All’irruenza del potere e della violenza, resiste la fiamma tenue. Al buio dei tempi, la luce che lascia scorgere i volti.
E non è forse anche l’esperienza di Casa Betania?
Ed allora per tutti coloro che sono nella tempesta infernale della guerra,
di ogni guerra e di tutte le guerre,
per coloro che tengono viva e accesa la luce di una piccola candela,
e per chi non ce la fa,
per chi a quella luce trova riparo, calore, sollievo,
e per chi ha avuto troppo freddo e troppa paura e ha bisogno di tempo per trovarvi conforto,
per chi si lascia contagiare, coinvolgere da quel piccolo segno di presenza e decide di esserci anche lui,
per chi accendere una candela nuova forse ancora non ce la fa,
ma può proteggere per un po’ quella già accesa,
per tutti coloro che desiderano la pace,
venga il giorno della Pasqua, di luce piena, di gioia immensa.
[1] Le rovine e la luce, la commovente testimonianza del parroco di Gaza, di Padre Gabriel Romanelli, Ed. Piemme 2026