Ditutticolori novembre 2015

Come un granello di senape

E’ l’editoriale del numero di novembre del nostro periodico, in spedizione in questi giorni. Chi vuole può scaricare la versione elettronica in anteprima al presente link.

Paolo Bustaffa, nel suo editoriale, ci invita a riflettere sui migranti e questi pensieri, scritti prima dei recenti tragici fatti di Parigi ….., proprio alla luce di questi ultimi,  fanno riflettere molto:

Come un granello di senape

Le immagini vanno e vengono dalle onde del mare ai cassoni dei tir. Un inarrestabile susseguirsi di volti stravolti. I media continuano a diffondere le cifre e le percentuali sui morti. Dopo qualche accenno emotivo rimane il rischio della assuefazione e dell’indifferenza. Applausi a chi costruisce muri per fermare “gli sconosciuti”. Qualcuno parla di ”invasione” senza mai chiedersi , di fronte a un popolo disarmato, chi sia il barbaro. Intanto il freddo arriva a rendere ancor più tragica la sosta forzata di uomini, donne, bambini e anziani alle frontiere d’Europa.
Non è il caso di continuare l’elenco. Ci sono segni di speranza e di solidarietà che, pur lasciati ai margini dai media, dicono che è possibile un altro pensiero, è possibile
un’altra risposta.
Dicono che ancora è possibile incrociare storie di umanità.
Le pagine che seguono lo confermano raccontando la fecondità di un gesto che cura una ferita, ricuce uno strappo, diventa il grido di chi non ha più voce, si leva come denuncia. Raccontano di un granello di senape che germoglia e cresce, anche se.
Anche se, un giorno, appare in tv una madre di un Paese europeo dove sta arrivando un popolo in fuga dal terrore, dalla fame, dalla cancellazione della dignità umana. La donna ha accanto i figli e all’intervistatore che chiede se i figli della mamma profuga possono essere aiutati, risponde senza esitazione: “Prima i miei
figli…”.
Non dice “Come i miei…” ma “Prima i miei…”.
Colpisce la fermezza di quel “Prima i miei… ”perché è il segno di una graduatoria e di una priorità che non appartengono al vocabolario di una maternità
universale in cui è scritto: “Anche i figli degli altri sono miei figli”.
Non ci sono un “prima” e un “dopo”. C’è un “insieme”.
La mamma europea rilancia comunque una questione di fondo: il rischio della perdita di umanità. Non è certo una questione nuova ma, avendo preso il volto di una madre, provoca un supplemento di preoccupazione e rilancia la domanda su come indicare alla coscienza, credente e non credente, un’alternativa al “Prima i miei…”, a quel pensiero unico che viene imposto dalla paura, dalla diffidenza e da un concetto di legalità utilizzato più per indebolire che per sostenerla cultura della solidarietà.
È possibile con la comunicazione, la cultura e l’educazione liberare da un pensiero triste la risposta della madre europea e di altri? Come far sì che il dire “aiutiamoli a casa loro”, quando peraltro è noto che non hanno più casa, non si riduca a un alibi piuttosto che elevarsi in un grido corale alle istituzioni internazionali perché  giustizia sia fatta?
Come scuotere la politica, immiserita da una cultura senz’anima e da una coscienza in sonno, perché recuperi la capacità di pensare e costruire un bene comune che vada oltre le frontiere nazionali?
Di fronte a tanta complessità occorre ritrovare il significato dell’ essere ribelli per amore.
Nelle pagine che seguono ci sono suggerimenti. Lasciamo ai lettori il compito di dire se sono grandi o piccole: noi sappiamo solo che hanno la misura del granello di senape.
Paolo Bustaffa

Casa Betania e Cooperativa l’Accoglienza onlus per i fratelli migranti.

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