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ONO TRASCORSI più di quindici anni, ma ricordo la scena come fosse oggi! Ero volontaria a Casa Betania e quella sera Silvia mi fermò mentre stavo uscendo: voleva parlarmi del suo progetto per dare una casa e una famiglia a quei due bimbi, Chala e Andrea, che per la loro disabilità non avrebbero mai trovato una famiglia di adozione. “Voi, mi disse, che con la scuola avete contatti con tanta gente, non conoscete una persona di una certa età, che voglia bene ai bambini, disposta a venire ad abitare con loro? Mi fermai interdetta. Per me fu un colpo di fulmine, come un innamoramento improvviso.
Dissi:” Ma, Silvia, stai pensando a me?” “No, ti assicuro, ma perché, te la sentiresti?”. Ero sconvolta. Mi venivano in mente le parole del mio fondatore (Nicola Barrè – Suore del Bambino Gesù) “chi riceve un bambino povero e abbandonato, riceve doppiamente Gesù Cristo”.
Che il Signore mi aspetti qui? Presi qualche giorno di riflessione e di preghiera, poi chiesi il permesso ai superiori e infine nel settembre del 2002, eccomi qui a iniziare casa Chala con Mariana, la piccola Diana e i due bimbi.
È l’inizio di una storia bella, di una famiglia tutta speciale, con tante persone intorno che ci sostengono, ci aiutano, e di due bimbi che crescono sereni pur nella loro disabilità, poi di altri bimbi che si aggiungono a poco a poco, di altre case che nascono a formare una famiglia più grande e serena, arricchita negli anni da un serie di giovani operatori, pieni di vita e di iniziativa. Non che manchino le difficoltà, anzi: fatiche, malattie, delusioni, piccole lotte e incomprensioni come dappertutto, in tutte le famiglie e in ogni vita. Poi la morte di Miriam, dopo tanta sofferenza e tanta fatica di tutti, anche se, nella fede, sappiamo che la bimba è oggi una stella in cielo e che vive sempre con noi. Ma abbiamo anche tante soddisfazioni: vedere i ragazzi crescere, migliorare in salute al di là delle aspettative, raggiungere alcuni traguardi, affrontare la vita della scuola entrando in rapporto con insegnanti e compagni, cimentarsi in attività che per loro sembravano proibite.
Poi, per noi e per loro, le tante piccole gioie quotidiane: le feste di compleanno, le gite al parco o al lago, tante domeniche trascorse in casa di famiglie amiche, i soggiorni al mare da Angela, poi visite di amici, qualche regalino.
A volte amici o parenti mi chiedevano: “Ma come fai a vivere con bambini che non capiscono, non parlano?” Sinceramente, dopo poco tempo, io non me ne accorgevo neanche più! Questi bimbi, anche senza parlare, hanno un loro modo di esprimersi e di comunicare che l’amore interpreta facilmente. Un sorriso, un broncio, qualche lacrimetta o un pianto disperato, un braccio teso a indicare un oggetto dicono tante cose; i loro sorrisi di soddisfazione ci rispondono poi che abbiamo indovinato e li abbiamo resi contenti…magari alle volte anche solo con un bacetto o una coccola!
Così gli anni sono trascorsi serenamente quasi senza che me ne accorgessi, tredici per la precisione. Nel 2015 ho dovuto lasciare casa Chala, ma per due anni ho continuato ad andarci almeno due volte in settimana. Poi nel 2017 il trasferimento a Bergamo: ma ho l’impressione che l’esperienza non sia finita, perché mi sembra che un’esperienza d’amore non abbia limiti né di tempo né di distanza!
Suor Paola Romanelli
Questo articolo è stato pubblicato sul numero speciale “25 anni di Casa Betania” della rivista Di Tutti i Colori. Puoi scaricare e leggere l’interno numero cliccando qui