Si può sorridere nel tempo della pandemia

I ragazzi del Servizio civile si raccontano e raccontano la loro esperienza

servizio civile in casa famigliaOgni anno accompagniamo ragazzi che decidono di vivere per 12 mesi una esperienza unica, quella del servizio civile, dedicandosi a un progetto di volontariato e solidarietà sociale. Le realtà in cui prestano servizio diventano per i ragazzi occasione di crescita umana e di condivisione di esperienze, conoscenze e sensibilità. Abbiamo rivolto loro alcune domande per capire quanto ha inciso, nella loro esperienza, il tempo della pandemia. Ci hanno risposto con spontaneità e freschezza tipica della loro gioventù, ma con profondità, regalandoci uno spaccato singolare del loro servizio nelle case famiglia.

 

Come è cambiato, se è cambiato, il tuo servizio dopo il Covid?

Prima dell’emergenza Covid “ero una ragazza il cui massimo dell’esperienza era stato servire birre in un pub ed un tratto davanti a me non c’erano più clienti ubriachi che biascicavano, ma bambini indifesi. Non sapevo minimamente come e cosa fare per essere una persona utile, le emozioni nel primo periodo erano fortissime e tornando a casa avevo solo voglia di parlarne con qualcuno e di guardarmi demenziali serie televisive per distrarmi. Col passare del tempo iniziai ad ambientarmi e a guardare oltre la tracheotomia, iniziai a capire che bastava veramente poco per essere d’aiuto e che non era necessaria una laurea in medicina. La delicatezza e il modo di lavorare degli operatori è stato indispensabile per rendere leggera e divertente la quotidianità dissimile della casa.

… e poi BOOM una pandemia globale e lockdown …

Quando ho finalmente potuto riprendere il servizio ero terrorizzata dalla quantità di nuove norme di comportamento dentro la casa… tante nuove regole di cui da subito non ho sentito il peso per l’energia positiva che si rinchiude in quelle quattro mura. La musica, le risate, l’odore del caffè o del soffritto, i discorsi che dall’assurdo passavano al serio e viceversa… le cose più belle erano rimaste tali e quali a prima, e allora perché avrebbe mai dovuto pesarmi cambiarmi i vestiti, lavarmi più spesso le mani o portare costantemente la mascherina?”

 

Come sono le relazioni con gli operatori e i bambini?

“Ho 23 anni e nella casa dove presto servizio sono la più piccola tra gli operatori e devo ammettere che inizialmente è stato veramente buffo. Da una parte c’ero io: una ragazza che ha lasciato ben due volte l’università, alla ricerca di cosa fare della propria vita e con mille perplessità. Dall’altra c’erano operatori con almeno 10 anni più di me, con figli e con i famosi “problemi da grandi” ancora lontani da me. Per un momento ho pensato che non si sarebbe mai potuto creare un rapporto con queste persone ma ciò per fortuna non è successo, anzi la differenza d’età è stata un punto di forza per creare qualcosa di speciale. Chiunque  in famiglia ha la zia preferita, quella a cui cerchi di metterti seduto vicino ai pranzi di famiglia (… quando ancora si potevano fare) e con la quale parli più serenamente rispetto agli altri parenti, ecco loro, più o meno, sono le “mie zie”.  Dal primo giorno mi sono sentita sostenuta e guidata.”

 

“Ciascuno dei bambini è unico e non parlo della disabilità che li distingue per gravità e patologia, ma è unico nel modo in cui ha stravolto la mia vita. Grazie a loro sento che sto giocando pienamente il grande gioco della vita e non sono una semplice spettatrice bighellona.

Potrebbe essere difficile da crederci ma emanano veramente tanta vitalità.”

 

Pensi che questa esperienza abbia modificato qualcosa di te. Se sì, cosa?

“Un ragazzo della casa famiglia, A., mi sta insegnando la felicità della vita, è contento quando trova il suo gioco nella cesta, quando mangia le verdure o la frutta e quando lo si aiuta a fare la doccia. Lui è contento delle cose più banali e semplici della vita, non ha bisogno di tutto quello che per chiunque altro è vitale. Nella vita vorrei vivere contenta come lui, contenta per le piccole cose giornaliere.”

“Non è stato facile adattarsi di colpo a tutti questi cambiamenti, ma allo stesso tempo mi sento di dire che è accaduto qualcosa che ci ha resi tutti molto più “complici” e premurosi l’uno nei confronti dell’altro in questo momento di difficoltà.”

 

Potresti raccontare un episodio che ti ha colpito particolarmente durante questo periodo di servizio?

“L’episodio di tutta questa storia che mi sta più a cuore risulta essere veramente tanto sciocco: stavo semplicemente cucinando per tutta la casa e nel frattempo parlavo e scherzavo con una ragazza della casa famiglia, che mi era accanto. L’ho sentita agitarsi nel momento in cui ho salato l’ acqua per la pasta e lei mi ha fatto capire che pensava ci avessi messo troppo sale. Il motivo per cui ancora me ne ricordo con piacere è che malgrado tutto, malgrado la sua patologia che la porta ad esprimersi molto limitatamente, malgrado la regola della distanza legata alla pandemia, malgrado il fatto che fossi tornata da poco nella casa e che ancora stessimo cercando di fare conoscenza, malgrado tutto questo lei non era cambiata neanche un po’! E la cosa migliore è stata che tutto si è concluso con una sonora e fragorosa risata da parte di tutte e due.”

 

Cosa ti porterai di buono rispetto all’esperienza vissuta?

Mi porto dietro uno sguardo nuovo: ora S. non è “quella con problemi di cuore” ma è la bambina dormigliona, freddolosa e che sorride ogni volta che le accarezzi la  guancia o che le sistemi i capelli; A. non è “l’asiatica con il gibbo  sulla schiena”, ma la ragazza che, cosa molto divertente, a differenza della  sua coinquilina è molto accaldata e trasmette un forte senso di  tranquillità mentre riposa; G.  non è “il maschietto con le piccole  crisi”, ma è un dolce bambino curioso e attento.

 

“Questa esperienza mi ha fatto conoscere nuove realtà, mi ha insegnato ad essere un po’ meno timida, a credere di più in me stessa e ad adattarmi alle necessità e “caratteristiche” dei bambini”.

“Una cosa che certamente penso di aver imparato (ma di non aver ancora smesso di approfondire) come servizio civile in tempo di pandemia, è la pazienza, alla quale fanno immediatamente seguito l’importanza delle relazioni (persino a distanza!) e il coraggio di non arrendersi alle difficoltà e di cercare di cavarne fuori, malgrado tutto, qualcosa di buono….come la positività (mai lasciarsi andare allo sconforto, ricordarsi l’importanza di sorridere sempre dopo che si piange), l’autoconsapevolezza (massimo uso delle proprie possibilità, massimo impegno e sfruttamento delle proprie potenzialità, ma soprattutto massimo rispetto per i propri limiti) e la determinazione (mai mollare e vivere sempre con la voglia di imparare ciò che prima non si sapeva)”.

I ragazzi del servizio civile de L’Accoglienza J.C.B.